La gestione dell’impatto ambientale e sociale per le imprese va oltre la semplice gestione ordinaria d’impresa o degli asset direttamente controllati. La sostenibilità deve essere integrata lungo l’intera catena del valore, comprendendo tutte le attività, dalla produzione alla distribuzione. La Corporate Sustainability Due Diligence Directive (CSDDD), nota anche come Supply Chain Act, si propone di diventare un punto di riferimento cruciale per le imprese nell’ambito del perseguimento di tali obiettivi. In data 28 febbraio la CSDDD non aveva ottenuto l’appoggio del Consiglio Europeo. Il 15 marzo i membri dei governi degli Stati Membri si sono accordati. Cosa ne risulta? Una legislazione più flessibile rispetto al progetto originale e un passo in avanti verso gli obblighi di Due Diligence sulle tematiche di sostenibilità.

Cosa significa Due Diligence?

La Due Diligence è un processo di ricerca, analisi e valutazione approfondita condotto da un’azienda o da un individuo prima di intraprendere una transazione commerciale o un accordo importante. Questo processo è finalizzato a ottenere una comprensione completa e accurata di tutti gli aspetti rilevanti dell’operazione o dell’investimento in questione. La Due Diligence può coprire una vasta gamma di aree, tra cui finanziaria, legale, commerciale, tecnologica, ambientale e sociale, a seconda del contesto specifico dell’affare o dell’investimento. L’obiettivo principale della Due Diligence è quello di identificare i rischi, le opportunità e le potenziali criticità che potrebbero influenzare la decisione o l’esito dell’operazione, consentendo così alle parti coinvolte di prendere decisioni informate e mitigare eventuali rischi. In sintesi con il termine Due Diligence si intendono tutte le attività volte ad analizzare e controllare con la massima affidabilità e precisione il valore di un’azienda in tutte le sue dimensioni. In questo caso in quella ambientale e sociale.

Cosa prevede la proposta di Direttiva?

Inizialmente la proposta della Direttiva doveva essere applicata, a partire dal 2024, sulle imprese dell’UE che avessero avuto almeno 500 dipendenti e un fatturato netto di almeno 150 milioni di euro. Queste aziende avrebbero dovuto rispettare i requisiti della CSDDD a partire dal 2026. Le imprese con oltre 250 dipendenti e un fatturato netto superiore a 40 milioni di euro avrebbero avuto tempo fino al 2028 per adeguarsi alla CSDDD. Il 28 febbraio, la CSDDD si era trovata in una situazione di stallo al Consiglio Europeo, non riuscendo a raggiungere la maggioranza qualificata necessaria. Le ragioni di questo insuccesso erano state esaminate attentamente dal Comitato Permanente dei rappresentanti presso l’Unione Europea (COREPER), che avevano deciso di respingerla. Le principali resistenze riguardavano l’implementazione complessa della Due Diligence sulla sostenibilità, associata alla preoccupazione per le imprese europee di finire in posizione svantaggiata rispetto a mercati con regolamentazioni più permissive, preoccupazione sollevata già al momento di approvazione del Regolamento CBAM che abbiamo già trattato nel nostro articolo “CBAM: dal 1 ottobre 2023 vige l’obbligo di reporting per CO2 e altri gas climalteranti“. Superando gli ostacoli, il 15 marzo è arrivato il sostegno dei membri dei governi nazionali dell’UE con alcune modifiche. La nuova proposta ha ridefinito l’ambito di applicazione della Direttiva. Nel dettaglio, le imprese coinvolte dalla CSDDD, se approvata, saranno quelle con oltre 1000 lavoratori e un fatturato globale netto di almeno 450 milioni di euro. Le stime indicano una significativa diminuzione, superiore al 50%, nel numero di aziende coinvolte dalla Corporate Sustainability Due Diligence Directive rispetto all’accordo stilato a dicembre. L’intesa iniziale mirava a estendere l’applicazione del Supply Chain Act all’1% delle imprese dell’Unione; a seguito del successivo accordo, tale percentuale subisce una riduzione.

Il momento della verità: il destino della proposta tra le mani del Parlamento

Il cammino della CSDDD non è ancora completo. La Direttiva con le nuove disposizioni deve ottenere l’approvazione dal Parlamento Europeo, presumibilmente entro un mese. Il percorso verso la Due Diligence è tracciato. Inoltre alcuni Stati europei hanno già approvato leggi nazionali in quest’ottica, quali ad esempio la LKSG, che abbiamo approfondito nel nostro articolo “Export Germania: a quali imprese italiane si estende l’obbligo di Due Diligence e cosa comporta“.

Come si integra la CSDD nella logica aziendale?

Nel contesto delle imprese, l’implementazione della Corporate Sustainability Due Diligence Directive si articola su tre principali aspetti:

  1. Obbligatorietà – Le imprese sono tenute a condurre un’analisi accurata dell’impatto ambientale e sociale di tutte le loro attività, inclusi i contributi dei fornitori e dei partner. Attraverso questa valutazione, devono individuare e valutare i rischi, nonché proporre misure preventive e di gestione. I potenziali impatti ambientali, sociali e territoriali delle attività aziendali, inclusi quelli legati alle catene di fornitura, devono essere considerati nella CSDDD come parte integrante del risk management. La necessità di valutare i fornitori, monitorare e controllare le loro operazioni per gestire i rischi in modo efficace si traduce nella necessità di rivedere le pratiche operative e organizzative lungo la catena di approvvigionamento.
  2. Reporting – Le imprese devono fornire un resoconto dettagliato sull’impatto delle proprie operazioni e sui rischi associati, compresi quelli legati alla catena di approvvigionamento;
  3. Comunicazione della sostenibilità – La due diligence include anche la divulgazione di informazioni sulla sostenibilità, che riguardano il rispetto dell’ambiente, dei diritti umani e delle pratiche di gestione e controllo adottate lungo la catena di approvvigionamento.

Quali benefici sono legati alla Due Diligence aziendale?

È evidente che all’aumentare della complessità della struttura organizzativa dei partner/fornitori, cresce il rischio di disfunzioni e frammentazione lungo la catena nel caso in cui non vengano rispettati gli obblighi stabiliti dalla proposta di Direttiva. Una soluzione potenziale per evitare tali situazioni potrebbe essere l’inclusione di clausole contrattuali specifiche che incentivino i partner a adottare comportamenti etici in linea con i principi della società. Date le molteplici parti interessate coinvolte nelle relazioni commerciali della società, tali clausole potrebbero contribuire a standardizzare i comportamenti sulla base dei principi di correttezza e trasparenza, riducendo così il rischio di conflitti di interesse. È noto che ogni soggetto coinvolto nella catena di valore agisce per perseguire il proprio interesse personale, spesso a discapito di considerazioni ambientali o sociali. Perciò, stabilire relazioni contrattuali basate su clausole consentirebbe di guidare l’intera catena verso comportamenti responsabili, sostenibili e rispettosi degli interessi reciproci.

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