Le problematiche associate ai materiali plastici

I tassi di produzione globale della plastica sono cresciuti vertiginosamente negli ultimi decenni e ad oggi la produzione globale si attesta intorno alle 400 milioni di tonnellate all’anno. L’industria della plastica viene spesso associata ad un modello di economia non sostenibile ed è collegata ad esternalità negative come il cambiamento climatico, l’inquinamento e l’esaurimento delle risorse provenienti da fonti fossili. Una delle problematiche associate a questi polimeri è rappresentata dalla disparità tra i tempi di produzione e di uso: dopo un solo utilizzo, infatti, moltissimi prodotti in plastica perdono il 90% del proprio valore.

L’applicazione più comune per i materiali plastici è quella degli imballaggi, il cui ciclo di vita breve legato principalmente all’usa e getta porta però ad elevati tassi di produzione e di smaltimento. A livello globale è stato dimostrato che solo il 2% dei prodotti in plastica proviene da materiali riciclati: la quasi totalità dei polimeri presenti sul mercato fa quindi affidamento su feedstock vergine e su risorse non rinnovabili. Inoltre, solo il 14% della plastica immessa sul mercato viene sottoposta a processi di riciclo o recupero energetico, mentre la maggior parte viene raccolta all’interno di discariche a seguito del primo utilizzo (vedi immagine sotto).

Qual è il fine vita dei prodotti plastici?

Per quanto riguarda il fine vita dei prodotti plastici, solo il 28% della plastica immessa sul mercato viene sottoposta a processi di riciclo o recupero energetico, mentre la maggior parte viene raccolta all’interno di discariche (40%) o dispersa nell’ambiente (circa 30%) a seguito del primo utilizzo (vedi immagine sotto).

Fonte: “Workshop plastiche e ambiente”. Università degli studi di Bologna, 6 giugno 2024

““Workshop plastiche e ambiente”. Università degli studi di Bologna, 6 giugno 2024. Intervento dott.ssa Paola Fabbri”

Dai dati a disposizione, risulta chiaro che il sistema internazionale attuale di gestione dei rifiuti plastici non risulta sostenibile ed è necessaria l’adozione di interventi volti a incrementare la sostenibilità del settore.

Analisi di un case study: l’azienda Rampi Srl e il progetto “RiuTan”

Il caso che presentiamo è relativo alla valutazione di un progetto promosso dall’azienda Rampi S.r.l., attiva nella produzione e commercializzazione di prodotti per le lavanderie.  L’impresa offre ai propri clienti la possibilità di riutilizzo delle taniche di detergenti acquistate, attraverso il progetto “RiuTan”. Si tratta di un servizio che prevede la possibilità per le lavanderie clienti di riconsegnare taniche di detersivo vuote (imballaggi in HDPE) con l’obiettivo di reimmetterle nel ciclo di imbottigliamento. La riconsegna delle taniche vuote avviene contestualmente alla consegna di nuove taniche piene. In questo modo viene così evitata l’organizzazione di viaggi a vuoto.
Lo scenario di base prevede invece che l’imballaggio venga gettato e sottoposto a riciclo o recupero energetico dopo un singolo uso.

Qual era l’esigenza specifica dell’azienda?

L’implementazione del progetto “Riutan” apporta molteplici benefici sia per l’azienda imbottigliatrice che per le lavanderie clienti: se, da una parte, consente all’azienda un risparmio economico tramite la riduzione della fornitura di nuove taniche, dall’altra è in grado di evitare alle imprese la gestione del fine vita degli imballaggi. Oltre a vantaggi di tipo economico, l’azienda avrebbe ipotizzato anche una serie di benefici legati alla sostenibilità ambientale come un risparmio in termini di materie prime e di riduzione nella produzione di rifiuti. Dall’altra parte la re-immissione nel ciclo di imbottigliamento delle vecchie taniche comporterebbe degli impatti che non sarebbero previsti nel caso in cui una lavanderia non aderisse al progetto: tra questi figurano i consumi di energia elettrica e gas metano associati allo stabile all’interno del quale avvengono le operazioni di monitoraggio e l’utilizzo di prodotti per la pulizia. L’azienda, in questo contesto, si è posta diverse domane, tra cui: quale dei due scenari risulta meno impattante dal punto di vista ambientale? Come misurarli? Quali sono i processi e i fattori che incidono maggiormente sulla sostenibilità?

Quale strumento è stato utilizzato per rispondere alle esigenze dell’azienda?

Per implementare misure di eco-design è necessario utilizzare strumenti in grado di fornire una visione completa degli impatti ambientali relativi a un prodotto o un servizio.
Negli ultimi anni sono apparse all’interno della letteratura scientifica diverse metriche che hanno l’obiettivo di valutare la circolarità dei prodotti, come abbiamo già sottolineato nel nostro precedente articolo sull’eco-design. Molte di queste però, tendono a focalizzarsi solo su alcuni aspetti relativi alla sostenibilità, rischiando di incorrere nel fenomeno del “burden shifting”, che si verifica nel momento in cui un impatto negativo legato al ciclo di vita di un prodotto o servizio viene spostato da una fase del ciclo di vita ad un’altra, senza un reale miglioramento degli aspetti ambientali. Come possiamo quindi parlare di sostenibilità in modo corretto quando pensiamo ai materiali plastici? Il punto di partenza fondamentale fa riferimento all’utilizzo di un approccio integrato che metta a sistema differenti aspetti e che sia in grado di identificare soluzioni di riprogettazione dei prodotti che consentano una maggiore sostenibilità e che rendano efficiente l’utilizzo di questo materiale.
Lo strumento più adatto per lo svolgimento di questa tipologia di valutazioni è quello del Life Cycle Assessment (conosciuto anche come LCA o analisi del ciclo di vita), che viene utilizzato per misurare in maniera scientifica gli impatti ambientali di un prodotto o un servizio. L’analisi consente di stimare gli impatti ambientali risultanti da tutte le fasi del ciclo di vita, spesso includendo fattori non considerati nelle analisi tradizionali come, ad esempio, l’estrazione delle materie prime, il trasporto del materiale e lo smaltimento finale del bene. Questo permette di individuare i processi e le fasi più impattanti dal punto di vista ambientale e avere quindi un’indicazione precisa rispetto alle problematiche che necessitano priorità di intervento.

Come è stato svolto lo studio di LCA per il caso studio?

Uno studio di Life Cycle Assessment si compone di 4 fasi principali, quali:

  • Definizione degli obiettivi e dell’ambito di applicazione: La definizione degli obiettivi e del campo di applicazione costituisce la fase del processo di LCA che determina lo scopo e il metodo di inclusione degli impatti ambientali del ciclo di vita nel processo decisionale. In questa fase vengono stabilite, ad esempio, le finalità dello studio, i soggetti a cui verranno comunicati i risultati, l’unità funzionale per la quale si misurano gli impatti ambientali, i confini del sistema analizzato ed eventuali assunzioni.
  • Analisi di inventario: L’analisi di inventario costituisce la parte più complessa di uno studio del ciclo di vita. All’interno di questa fase viene stilata una lista di tutti i flussi in ingresso e in uscita dalle unità di processo di cui è composto il sistema. Senza un’analisi di inventario non esisterebbe una base per poter valutare gli impatti ambientali e i possibili miglioramenti.
  • Valutazione degli impatti: All’interno di questa fase le informazioni raccolte all’interno dell’analisi di inventario vengono classificate e aggregate nelle diverse categorie di impatto, secondo gli effetti che possono avere sull’ambiente.
  • Interpretazione dei risultati e miglioramento: I dati le informazioni raccolte vengono interpretati attraverso l’utilizzo di software specifici. I risultati finali possono essere utilizzati per identificare le fasi e i processi maggiormente significativi al fine di ricercare soluzioni volte alla riduzione degli impatti ambientali.
Fonte: UNI EN ISO 14040:2021

Fonte: UNI EN ISO 14040:2021

Qual è stato il risultato finale della valutazione?

L’analisi effettuata dai tecnici PQA ha dimostrato come la strategia di riuso risulti più performante dal punto di vista della sostenibilità ambientale rispetto alla quasi totalità delle categorie di impatto considerate all’interno dello studio (vedi figura sotto), che comprendono aspetti come le emissioni di CO2, l’utilizzo di risorse non rinnovabili e le emissioni di particolato in atmosfera. I risultati hanno inoltre permesso all’azienda di effettuare specifiche considerazioni riguardanti differenti trade-off ambientali e hanno reso possibile l’identificazione della strategia di economia circolare più adatta alla realtà considerata, evidenziando la necessità e l’importanza degli approcci scientifici nelle valutazioni di sostenibilità.

Qual è stato il risultato finale della valutazione?

Grafico di comparazione fra lo scenario base e lo scenario RiuTan dell’azienda Rampi S.r.l.

Cosa è stato fatto a seguito della valutazione?

A seguito dell’implementazione dello studio è stato valutato il contributo di ciascun processo o attività alle differenti categorie di impatto, con lo scopo di identificare le attività maggiormente rilevanti dal punto di vista della sostenibilità. Successivamente, sono state valutate le categorie più significative sulla base del contesto di riferimento all’interno del quale l’azienda opera e sono stati ipotizzati dei possibili interventi di miglioramento, con lo scopo di fornire all’impresa committente dello studio una serie di proposte implementabili per migliorare la sostenibilità dell’organizzazione dal punto di vista degli impatti ambientali.

Quanto è importante supportare la comunicazione aziendale con analisi certificarte?

Un vantaggio che può fornire uno studio di Life Cycle Assessment fa riferimento al supporto di questo strumento nelle attività di marketing e comunicazione. Questo aspetto è strettamente collegato all’approccio scientifico che propone per la valutazione della sostenibilità e che permette alle imprese di comunicare in modo chiaro e trasparente le informazioni sui propri impatti ambientali. Uno dei rischi principali per le aziende che diffondo asserzioni riguardanti la sostenibilità fa infatti riferimento al pericolo di greenwashing: si tratta una pratica comunicativa tramite la quale le aziende presentano sé stesse o i propri prodotti come sostenibili o rispettosi dell’ambiente quando in realtà non lo sono. Uno studio della Commissione Europea del 2020 ha rilevato che il 53,3% delle asserzioni ambientali esaminate nell’UE erano vaghe, fuorvianti o infondate e che il 40% erano del tutto infondate.

La mancanza di norme comuni per le imprese che presentano autodichiarazioni ambientali volontarie apre la strada al greenwashing e crea condizioni di disparità nel mercato dell’UE, a scapito delle imprese realmente sostenibili. In questo contesto, lo scorso 6 marzo 2024 è stata pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale dell’Unione Europea la Direttiva UE 2024/825 sulla responsabilizzazione dei consumatori per la transizione verde (leggi qui il nostro approfondimento). Scopo della Direttiva è quello di introdurre norme specifiche volte a contrastare attività di commercio scorrette come, ad esempio, dichiarazioni ambientali ingannevoli e marchi di sostenibilità non trasparenti e non credibili. L’utilizzo di asserzioni ambientali basate su misurazioni quantitative e l’utilizzo della metodologia LCA rappresentano quindi un passo fondamentale per migliorare la trasparenza e la credibilità delle informazioni di sostenibilità fornite dalle imprese, promuovendo una comunicazione chiara per clienti e consumatori.

Perché le richieste in merito alla sostenibilità della plastica sono sempre più frequenti?

All’interno dell’Unione europea si producono ogni anno più di 2,2 tonnellate di rifiuti, molti dei quali vengono dispersi negli ambienti naturali. Per mitigarne l’impatto negativo, l’UE ha stabilito degli obiettivi ambiziosi relativi al fine vita, con un focus particolare sugli imballaggi. L’obiettivo è quello di incentivare la transizione verso un sistema economico sostenibile, identificato come economia circolare. Si tratta di un modello di produzione e consumo che implica il prestito, riutilizzo, riparazione, ricondizionamento e riciclo dei materiali con l’obiettivo di estenderne quanto più a lungo possibile il ciclo di vita ed eliminare, dove possibile, il concetto di rifiuto. I principi dell’economia circolare si ispirano ai sistemi naturali e sono in contrapposizione con il modello economico lineare tradizionale, fondato sullo schema “estrarre, produrre, utilizzare e gettare” (vedi immagine sotto). I recenti sviluppi all’interno del contesto normativo e sociale impongono quindi alle imprese di considerare le tematiche di eco-design ed economia circolare all’interno delle proprie attività. L’introduzione di nuove regolamentazioni che promuovono o richiedono pratiche di circolarità, la crescente attenzione dei consumatori e dell’intera catena del valore verso tematiche di sostenibilità e la possibilità di usufruire di incentivi e benefici economici legati alla riduzione e contenimento della produzione dei rifiuti costituiscono solo alcuni fra i fattori principali che spingono le aziende a ripensare il proprio modello di business. L’introduzione di queste pratiche consente, infatti, di limitare i propri impatti ambientali negativi, di fornire più sicurezza circa la disponibilità delle materie prime, di aumentare la competitività dell’impresa e di fornire un impulso concreto all’innovazione e alla crescita economica.

Fonte: Parlamento europeo

Quali sono le misure introdotte dall’UE per promuovere la transizione verso un modello economico circolare?

Visti gli effetti negativi ormai universalmente riconosciuti legati alla dispersione dei rifiuti negli ambienti naturali, la transizione verso un modello economico circolare rappresenta una tematica all’ordine del giorno nei tavoli di lavoro dell’Unione europea. Nel marzo 2020, l’UE ha adottato il primo pacchetto di misure per accelerare la transizione verso un’economia circolare, con proposte che includono il potenziamento dei prodotti sostenibili, la responsabilizzazione e sensibilizzazione dei consumatori e misure specifiche in alcuni settori per i quali le tematiche dell’utilizzo delle risorse e della produzione dei rifiuti risultano fattori particolarmente significativi. Nel febbraio 2021 il Parlamento europeo ha votato per il nuovo piano d’azione per l’economia circolare, chiedendo di implementare misure aggiuntive per raggiungere un’economia a zero emissioni di carbonio, sostenibile dal punto di vista ambientale, libera dalle sostanze tossiche e completamente circolare entro il 2050. Nel novembre 2022, la Commissione ha proposto nuove regole a livello europeo sugli imballaggi, che comprendono una proposta per migliorarne il design, dotarli di etichettatura chiara e incentivarne il riutilizzo e il riciclo.

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